Il Premio Strega
Racconto di finzionissima
Giuro che io, di quello che succede nel mondo, me ne strafrego. Né dell’Ucraina né del Medio Oriente, niente, nada. Io, lo dico onestamente, me ne sbatto tanto di Putin quanto di Trump. Non ho mai scritto di attualità e mai lo farò, ma a voi questo non basta e perciò mi date del filorusso. Ma a me, ribadisco, non importa niente di cosa pensate. Ho sempre repulso la politica, l’ho sempre trovata volgare e troppo ma davvero troppo banalotta. Certo, io e Guido Crosetto siamo grandi amici ma lì si sta parlando un’altra cosa, di un’altra epoca. Si sta parlando di quando frequentavamo i centri sociali di Torino, il Gabrio, in via Ravello due, e lui aveva ancora qualche capello in testa, vocazione all’anarchismo e una fanciullesca (e perciò squisita) smania di suonare la chitarra alla Jimi Hendrix. Giudo diceva sempre che, quando vide per la prima volta il filmato in cui Jimi, convulso, sofferente, schitarrava The Star-Spangled Banner, l’inno Americano per capirci, ebbe, e qui cito: “l’epifania radiotelevisiva per eccellenza”. Parole che ricordo sempre con un certo sentimento di décadence, anzi, no, con semplice, ma grande, simpatia. Guido, tra l’altro, e questo lo sanno in pochissimi, è uno dei più grandi esperti di televisione in tutta Italia. Sta di fatto che eravamo due giovani e splendidi galletti ma poi molte cose sono cambiate, soprattutto per Guido, dopo la morte di Jimi. A me, per contro, non è che me ne importò più di tanto, ripeto, a me non frega proprio nulla di nulla.
Ve lo dico, per essere felice a me bastano quattro cose.
Uno, una poltrona estremamente comoda ma preferibilmente non rossa. Per il resto ripudio e respingo in blocco la sola idea di divano. In ogni caso, per come la vedo io, il divano rappresenta la sciatteria, la sporcizia, la mancanza di intimità (che per me è centrale) e, in buona sostanza, tutti i divani mi trasmettono la sensazione di condividere il giaciglio con un marinaio ricoperto di salsedine. Per quanto mi riguarda un divano comodo non batterà mai una poltrona semi scomoda o addirittura duretta di seduta.
Due, caffè esclusivamente erogato da una macchinetta Nespresso. Provo una vera ossessione per tutte quelle capsuline di alluminio, ticchettanti, satinate, ecologicamente nefaste. Davvero non reggo quelle persone, nello specifico, quei napoletani, che mi vengono a dire “uà! L’unic caffè est ‘chill fatt’ ca’ moka!”. Perché “è ‘nna puesia”, dicono. Ma bevetevelo voi!, rispondo; io la poesia la leggo, al massimo la ascolto ma di certo non la bevo. Cosa avete, voi di Napoli, contro la tecnologia e il naturale progresso? No!, ripeto, il cafè fatto con la moka non sarà mai a livello del più banale Arpeggio, del più moderato Livanto o del classicissimo Kazar Blu ma nemmeno dei generalissimi Florian, Venezia, Roma. Per quanto mi riguarda tutto il caffè che non fuoriesce dalla mia Nespresso Krups nera può starsene bello che tranquillo nella regione Campania.
Tre, le sigarette. Io fumo e non me ne vergogno affatto. Anzi, lo rivendico; rivendico il mio piccolo, innocuo e sacrosanto diritto all’autolesionismo. Fumare tabacco non fa più male delle porcherie elettroniche che voi tutti ostentate senza il minimo scrupolo all’aria aperta, davanti a qualsiasi bambino. Poi, magari, la morale sul fumo ti arriva da tizio con un paio di feroci mastini al guinzaglio e senza museruola. Cani di solito bruttissimi e che per puro divertimento commettono degli omicidi. Basta accendere la televisione e si viene subito sommersi da notizie di persone sbranate e brutalmente ammazzate da questi mostri domestici. Io, a differenza loro, non uccido nessuno.
Quattro, vincere il Premio Strega. Questo, azzardo, penso sia l’unico vizietto di cui in effetti non posso fare a meno. Vi fermo subito, non venite a parlarmi di Campiello, Bagutta, Calvino e altre porcherie simili. Di queste fregnacce me ne importa zero. In questo paese qualsiasi insulsissimo comune ha il suo bel premio letterario come se l’Italia fosse piena così di scrittori, come se gli italiani non avessero di meglio da fare se non scrivere. in ogni caso lo sanno tutti che gli unici scrittori validi, scrittori che possono definirsi tali, in Italia, sono quattro: Serena Dandini, Donato Carrisi, Giorgio Faletti (che Dio lo abbia al suo fianco) e il sottoscritto, Nori Paolo. Questi signorini che ho appena citato sono le quattro vette più alte, i quattro oracoli, i quattro cavalieri della biro e del foglio bianco. Tutto il resto è schiuma.
Quindi, si, non aver vinto il Premio Strega mi ha fatto, evidentemente, molto male. Sono ferito. Io del secondo posto non so cosa farmene, dato che l’unico motivo per cui scrivo è la vittoria assoluta e senza compromessi. Rifiuto, dunque, categoricamente e ufficialmente questo secondo posto, perché solo in cima al podio posso essere sicuro, consapevole, certo, di essere un grande scrittore…
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La sala centrale di Villa Giulia, gremita di persone, scrittori e altri illustrissimi ospiti taceva inorridita. Solo un vagito di neonato, prontamente smorzato dalla madre, echeggiò solitario. Paolo Nori, balzato sul palco della finale del Premio Strega, sta sragionando ormai da diversi minuti davanti ad un pubblico sempre più inorridito e pietrificato. Nella mano destra tiene la testa appena mozzata di Stefano Rapone, eletto pochi minuti prima vincitore del Premio Strega 2025.
